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domenica 15 agosto 2021

Recensione: La condanna di John Doyle di Letizia Sebastiani [Rating 7] - recensione a cura di Peg Fly

 

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Opera: La condanna di John Doyle

Autore: Letizia Sebastiani

Editore: bookabook 

Genere: Thriller, weird

Target: Young/adult

Prezzo: ebook 5,99 - cartaceo 10,45

Rating: 7

Sinossi:

Quando il mite e insignificante John aveva trovato quello strano simbolo rosso sulla parete della sua nuova casa, l’unica cosa che aveva pensato di fare era stata coprirlo con un’abbondante passata di vernice bianca, nonostante le perplessità di sua moglie Cynthia. 

Ora Doyle è in un carcere di massima sicurezza, accusato di aver ucciso la moglie: è stato trovato chino sul suo corpo con l’arma del delitto in mano. Nel diario che scrive in cella tenta di raccontare la verità sull'omicidio e su quel simbolo rosso apparso dal nulla che cela un pericoloso mistero. Nessuno crederebbe mai a una storia tanto assurda, ma John non ha nessuna intenzione di morire in prigione...


Recensione:

È il primo romanzo che leggo di questa autrice, la quale ha saputo stupirmi e meravigliarmi proprio per l’originalità della storia. 

Siamo nel 1988 in un carcere di massima sicurezza, dove il protagonista è stato rinchiuso per un crimine che non ha commesso. La voce narrante onnisciente di tutta la storia è raccontata da John tramite gli appunti scritti da lui stesso su un diario e su consiglio del suo avvocato. Grazie a queste annotazioni giornaliere, il lettore scopre che esistono dei portali che mettono in comunicazione il nostro mondo ad un altro parallelo, simile ma non del tutto identico. 

John riesce ad attraversare il portale, ma rimane intrappolato in quest’altro spazio dove dovrà cercare di adattarsi per il tempo che è costretto a sostare, finché il portale non si aprirà di nuovo per permettergli così di far ritorno a casa. Devo dire che il libro in alcune parti è scorrevole, in altre un po’ meno. L’input che spinge il lettore a continuarne la lettura, è la voglia di scoprire come va a finire, qual è la verità che si nasconde dietro a ciò che è capitato al protagonista.

Ammetto, che “La condanna di John Doyle” è un libro che all’inizio non sei preparato a leggere, poiché tutto sembra tranne ciò che è in realtà. L’effetto della suspense, ben dosata, aumenta il ritmo della narrazione e dell’ansietà nel lettore.

Diciamo, che tutta la storia ruota intorno al protagonista, condannato a morte – fino alla fine non si capisce se ingiustamente - per l’omicidio della moglie. In vista  dell’imminente processo di appello, consigliato dal suo avvocato, John scrive  nel suo diario degli appunti per ricordare come si sono svolti i fatti.

L’originalità del romanzo sono i salti temporali tra i due periodi ben distinti; passato, dove John racconta alcuni frammenti di se stesso, di ciò che ha vissuto e cosa gli è veramente successo, e quello al presente in cui John si trova tra le quattro mura del carcere.  

John sembra ormai spacciato perché le prove sono schiaccianti contro di lui. Nessun testimone che può discolparlo, e cosa che porta gli inquirenti a ritenerlo colpevole, è l’arma che lui stringe tra le mani. Ma è questa la verità? Forse sì o forse no. Tuttavia c’è un particolare che nessuno degli inquirenti ha notato: il simbolo dipinto su una delle pareti della stanza da letto, probabilmente, un indizio che avrebbe potuto essere la chiave per risolvere l’enigma e la verità sul caso.  

Fantascienza pura, poiché siamo davanti a mondi paralleli e ai suoi cloni, i portali, fatti di simboli strani (Ritorno al futuro e più) per intenderci.

Il finale a sorpresa è ottimo...

L’autrice è molto abile nel descrivere gli stati d’animo del protagonista, lasciando che il lettore li scopra man mano che prosegue nella lettura. Possiamo considerare John un personaggio a tutto tondo, non piatto, perché nella storia, da uomo mite e tranquillo diventa quasi un eroe che lotta per ottenere infine giustizia. 

Le dinamiche della storia possono essere paragonate a quello di un romanzo epistolare. Alcuni periodi lasciano a desiderare proprio per la difficoltà che presentano, come le tante espressioni superflue e avverbi, che se fossero stati eliminati, avrebbero garantito alla storia maggior limpidezza. 

Qualche refuso, ma ci sta. Credo che ci sarà un seguito, ma si può leggere tranquillamente come libro conclusivo.

C’è un po’ dei diversi generi, dal thriller, alla fantascienza, all’horror ecc. E credo che la difficoltà sia stata proprio questa: assemblare alcuni generi letterari direi assai complicati, ma se il risultato è questo, beh, vengano storie e trame di nuovi autori, ai quali dobbiamo cercare di dare più spazio nel mondo editoriale.

Stiamo a vedere cosa succede, per il momento, godiamoci questo.

Consigliato, voto: Sette

Peg Fly

domenica 8 agosto 2021

Recensione: I superstiti di Ridian di Marta Duò [Rating 7] - recensione a cura di Andrea Zanotti

 

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Opera: I superstiti di Ridian

Autore: Marta Duò 

Genere: Fantascienza, distopia

Editore: Plesio Editore

Collana: Sirio

Target: Young/adult

Prezzo: cartaceo Euro 12 - ebook 3,49

Rating: 7

Sinossi:

XXV secolo: la Terra è ormai un deserto di sabbia e ghiaccio e le nuove generazioni crescono su Ridian, pianeta prossimo al centro della Galassia. La guerra contro gli antichi abitanti lo ha reso un territorio ostile, in cui le colonie terrestri non sono più al sicuro. Sotto la cupola di Red City vivono Nerissa, studentessa destinata al ritorno sulla Terra, e Handel, professoressa che le impartisce lezioni clandestine di letteratura. Una missione inattesa le trascinerà nel terribile conflitto che ha devastato i due mondi. Al centro di uno scontro di civiltà, Nerissa dovrà scegliere tra le rassicuranti menzogne della sua vecchia vita e le atroci verità che le rivelerà Daar, giovane combattente determinato a porre fine all'epoca della colonizzazione umana.

Recensione:

 Oggi è il turno de “I Superstiti di Ridian” di Marta Duò, edito da Plesio Editore. Si tratta di un distopico che fa dell’analisi della meschinità e scelleratezza del genere umano l’aspetto predominante. Lo fa trasportandoci sulle lande disastrate di un pianeta, Ridian, divenuto suo malgrado teatro di uno scontro secolare fra la razza umana e i nativi. Vi dico subito che non saranno gli scontri fra eserciti a trovar spazio nella narrazione dell’autrice, bensì i retroscena di una guerra giunta oramai al suo apice, anzi meglio, al suo punto più basso. Il soggetto dominante sono proprio le conseguenze che un tale conflitto di logoramento può portare ai popoli coinvolti, alle loro anime e alla natura stessa del pianeta.

Dico subito che la prosa dell’autrice è molto piacevole. Semplice e lineare, ci conduce con garbo nel lungo percorso che porterà il gruppo dei superstiti alla loro meta finale. Il testo è ben curato, l’editing  minuzioso, il prodotto libro ben realizzato con pagine piacevoli al tatto quindi nulla da eccepire, tranne il mio solito appunto per il font troppo piccolo utilizzato da Plesio nelle sue pubblicazioni, ma questo è un mio problema (e di tutti quelli che non hanno una vista da aquila).

Passiamo ora agli aspetti che mi hanno convito un po’ meno.  Anzitutto l’assenza di un avversario carismatico. Raday, il guerriero furioso e xenofobo, appare piuttosto fiacchetto. Sembra quasi che l’intero scontro avvenga all’interno della protagonista Nerissa, che tuttavia non possiede, a mio avviso la personalità per poter assurgere a primadonna capace di riempire la scena in solitaria. Certo, è una giovane che si risveglia in una situazione al limite della sopportazione, tanto da poter tranquillamente ambire ad emulare la passione di Cristo e il ruolo di martire, ma a differenza di questo finisce con il lasciarsi trasportare dagli eventi e prende decisioni che risultano difficili da condividere.  

Ho apprezzato molto invece il fatto che il popolo invaso dagli umani non sia stato presentato come la vittima sacrificale brutalizzata dagli stolti umani, i quali giustamente risultano il solito cancro per la natura circostante, ma almeno trovano nei nativi di Ridian delle controparti non meglio sviluppate, altrettanto spregiudicati nel condurre la guerra centenaria a discapito delle risorse del pianeta. Una trovata originale e appagante e lontana dai soliti cliché.

È bello il rapporto che gradualmente si viene a generare fra Nerissa e uno degli “alieni”, Daar, così come quello consolidato con la sua insegnante, che si va passo passo frantumando. Storie che sorreggono bene la trama e ci accompagnano per l’intera durata del viaggio e che fanno de “I superstiti di Ridian” una buona fantascienza speculativa, target young adult. 

I messaggi che l’autrice vuole veicolare sono chiari ed evidenti e la sua determinazione in tal senso è encomiabile. Non intendo cadere in perniciosi spoiler, quindi mi limito a complimentarmi con lei per la forza mostrata nel portare a conclusione la storia di Nerissa senza cadere in facili scappatoie dell’ultim’ora. Cosa che consente al lettore di seguire le ultime pagine della vicenda con grande enfasi ed emozione. Complimenti, ci vuole coraggio, e Marta Duò mostra di possederne in abbondanza. 

Considerato che si tratta del romanzo d’esordio di un’autrice che nel frattempo di strada ne ha fatta parecchia, non ci si può certo lamentare. Voto 7.

Andrea Zanotti

mercoledì 4 agosto 2021

Recensione: L'avvento di Karsas di Carmelo Caruso [Rating 6] - recensione a cura di Peg Fly

 


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Opera: L’avvento di Kansas

Autore: Carmelo Caruso

Genere: Fantasy

Editore: Cavinato Editore

Target: Young/adult

Prezzo: Euro 15

Rating: 6

Sinossi:

Nel piccolo e unico continente di Asthar giacciono nascosti tre monili, ognuno dei quali dona il potere di accedere ad un diverso piano d’esistenza. Il piano dei morti, il piano degli elementari e quello degli dei.

Karsas figlio semidivino di Mirtul, dio della morte, grazie al monile degli elementari e quello degli dei, vuole acquisire una potenza incommensurabile per un semidio arrivando a condurre il suo culto a livelli superiori rispetto a qualsiasi altra religione.

Nei rituali e in alcuni incantesimi descritti è chiaramente presente uno spunto alla tradizione magica cerimoniale, tramandata nei secoli dai più grandi maghi europei grazie ai loro Grimories.

L’età cui è adatto questo libro è dai quattordici in avanti, sono numerose le scene di battaglie cruente, il sangue sgorga copioso e non mancano situazioni per qualcuno parecchio disturbanti.

Un’opera molto ricca e lunga per essere un debutto. Molti i luoghi, i personaggi, le situazioni e gli scontri, perché il mondo in questione è minacciato da un futuro di nero dominio nel quale anche gli dei temono il proprio fato.

Questo romanzo è rivolto a chi vuole riportare il Fantasy al suo stato di alta rilevanza nella narrativa italiana, nel quale i draghi non hanno le ali ricoperte da soffici piume, i maghi non sfoggiano tatuaggi tribali e le guerriere ignorano l’esistenza di rimmel e fondotinta.


Recensione:

Eccoci qua a parlare dell’ultimo libro fantasy di Carmelo Caruso, un autore piuttosto volitivo, ma che scrive fantasy abbastanza fuori dal comune.

Nel piccolo e unico continente chiamato Asthar di un omonimo pianeta che da millenni orbita tra soli sconosciuti e galassie indefinite, i quattro custodi elementari avrebbero dovuto celebrare un rito sul vulcano Oryor. Nel testo si evince il riferimento alle cerimonie magiche tribali in uso in molte tribù.

Sacrifici con vergini, lotte intestine e quant’altro c’è di più oscuro e malefico in un essere diabolico, il quale si aiuta a formule magiche estrapolate dal suo libro nero. Un arcimago non morto (tipo zombie) spietato e senza scrupoli. Gnomi ingordi e golosi di cibi dolci. Poi abbiamo Fergan il cacciatore, che custodisce uno dei monili, e vive nel paese di Robolin nel regno di Ruach, essenziale affinché il destino si compia.  

Qualche incongruenza (I monili sono tre o quattro? Perché a pag. 9 del prologo c’è scritto che i monili sono quattro).

Poi abbiamo il capitolo dedicato all’Antropomanzia sacrilega, dove alcuni dei personaggi comunicano telepaticamente. Anche se l’unico modo per trovare il monile degli dei, è fare un’antropomanzia a colui che conosce tutto... (Antropomanzia: “l’apprendimento della conoscenza e della rivelazione attraverso lo studio delle interiora di animali o esseri umani” – questa è la definizione che ho dato in maniera semplice al termine) Infatti, Amaymon apre l’addome di Gomen dalla gola al bacino per studiarne le interiora. 

Leggendo il testo, sinceramente avrei rivisto alcuni passaggi, la cui consecutio temporum avrebbe avuto bisogno di essere corretta. A parte queste digressioni, le ambientazioni e gli scenari fantasy dove si muovono i personaggi sono ben descritte.

I pov dei personaggi sono meno convincenti, alcuni, invero, li ho trovati piatti, senza spessore e privi di obiettivi durante il corso della narrazione.

Direi, comunque, che la fantasia dell’autore è molto fervida, questo lo ha aiutato a scrivere una storia abbastanza originale, che tuttavia non mi ha fatto fare i salti mortali.

Ho apprezzato quei passaggi divertenti che spezzano quelli brutali, (gnomi golosi) altrimenti sarebbe stato davvero difficile per la sottoscritta assegnare un voto sufficiente.

Il romanzo, direi si avvicina più a un horror che a un fantasy, eccetto per alcuni elementi caratteristici della narrativa fantastica, come draghi ed eroi ecc. Può essere letto con animo leggero, senza grandi pretese. 

Voto: sei

Peg Fly

martedì 13 luglio 2021

Recensione: Le notti di Salem di Stephen King

 


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Sinossi:

Una casa abbandonata, un paesino sperduto, vampiri assetati di sangue. Quando il giovane Stephen King decise di trapiantare Bram Stoker nel New England sapeva che la sua idea, nonostante le apparenze, era buona, ma forse neanche la sua fervida immaginazione avrebbe saputo dire quanto. Era il 1975 e, da allora, il racconto dell'avvento del Male a Jerusalem's Lot, meglio conosciuta come 'salem's Lot, non ha mai cessato di terrorizzare milioni di lettori, consacrando il suo autore come maestro dell'horror. Questo piccolo classico contemporaneo viene ora riproposto in un'edizione illustrata arricchita da una nuova introduzione, due racconti e un sostanzioso apparato che raccoglie le pagine eliminate nella stesura finale.


Recensione:

Oggi vi parlo di un romanzo di Stephen King che mi è sempre sfuggito, per svariati motivi ed in modo incomprensibile. 

È tempo di porre rimedio alla lacuna. 

Si tratta di Le Notti di Salem. Ho deciso infine di leggerlo in onore a Padre Donald Frank Callahan, personaggio che ho scoperto nella splendida Saga della Torre Nera e che ha tratto origine proprio da Le Notti di Salem. Ebbene, credevo, mio malgrado, ricoprisse ben altro ruolo in quest’opera, invece devo ammettere di aver scoperto che la sua figura è a dir poco defilata, qualcuno potrebbe addirittura dire insipida. 

Peccato perché nel mio personale immaginario il prelato aveva tutt’altro carisma, o almeno così mi pareva di ricordarlo dalla Saga della Torre, letta oramai parecchi anni orsono. Ad ogni modo ammetto che Callahan mi ha influenzato in vari personaggio dei miei lavoretti, non ultimo quel Jerico Lee di Inno Cannibale, che mi pare possieda attributi più consistenti dell’archetipo dal quale ha tratto origine. Detto questo, Le Notti di Salem risulta di certo un romanzo godibile, anche se a mio avviso risente degli anni che si porta sul groppone e dell’overdose di vampiri alla quale siamo stati soggetti nel corso di questi lustri. Parere assolutamente personale e che stride con quanto affermato in postfazione dallo stesso autore che lo annovera fra i suoi preferiti. 

Posso immaginare che qualche rilevanza l’abbia anche il fatto che quest’opera è stata una dei suoi primi best seller. Ad ogni modo King è sempre il Re, indiscusso macinatore di pagine, capace di far rivivere con una nitidezza inquietante un intero paese della periferia americana in ogni suo particolare, arrivando a far sentire il lettore come uno degli abitanti di Salem’s Lot. 

La naturalezza con la quale l’autore riesce a ricreare usi, vizi e scheletri nell’armadio (in tutti i sensi), degli abitanti della ridente cittadina ha del sovrannaturale. La sua capacità d’osservazione si volge nel ricreare un ambiente pulsante, vivido e per questo capace di coinvolgere appieno il lettore. Il tutto senza mai far venire a noia la vita quotidiana delle persone, anzi facendoci addentrare nella realtà di “provincia” a stelle e strisce fino a sconvolgerla e a farci assistere allo sfascio di quanto così brillantemente edificato. 

Insomma, forse non una delle sue opere più “profonde” ma di certo ottimo da leggere sotto l’ombrellone!


Andrea Zanotti

domenica 11 luglio 2021

Recensione: Eternal War - Gli Eserciti dei Santi di Livio Gambarini [Rating 7,5] - recensione a cura di Andrea Zanotti

 


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Opera: Gli Eserciti dei Santi

Saga: Eternal War (cofanetto)

Autore: Livio Gambarini

Editore: Acheron Books

Genere: fantasy, storico, weird

Rating: 7,5

Formato: ebook E 3,99 - cartaceo E 11,40

Sinossi:

Firenze, tredicesimo secolo. La guerra tra Guelfi e Ghibellini distrugge intere famiglie. Tutta la Toscana è sconvolta, ma le due fazioni non sanno che la loro guerra è solo il pallido riflesso di uno scontro che dura da secoli tra i misteriosi abitanti delle lande dello Spirito.

Con ogni mezzo a sua disposizione, Kabal, spirito guida della famiglia Cavalcanti, trama per non soccombere e conquistare il potere. Ha un asso nella manica: il suo nuovo capofamiglia umano, il guerriero e poeta Guido Cavalcanti. Per salvare la sua città e coronare il suo sogno d'amore, Guido dovrà inseguire il miraggio di una pace impossibile, e in questo lo aiuterà un giovane e timidissimo poeta, di nome Dante Alighieri...

Guerra, tradimenti, intrighi e magia in perfetto equilibrio tra la ricostruzione storica e il fascino di ciò che si cela dietro le quinte dell'umanità, con la cornice fiorentina della Divina Commedia!


Recensione:

Oggi torno a occuparmi di un romanzo edito da Acheron Books. Un editore che si è confermato nel tempo una garanzia di qualità e originalità. Sino ad oggi non sono mai rimasto deluso da alcuno dei numerosi loro romanzi che mi sono pappato. Vediamo come se la caverà questo Eternal War di Livio Gambarini. 

L’ambientazione promette bene. 

Non si ha spesso l’occasione di immergersi nella Firenze del XIII secolo, in pieno conflitto fra Guelfi e Ghibellini, e di certo non facendolo su due piani ben distinti, ossia quello della Materia e quello dello Spirito. Non fraintendetemi, non mi riferisco ai due schieramenti, vicini l’uno al Papato quanto l’altro all’Imperatore, ma su due piani dell’esistenza ben distinti. In questo sta l’originalità vera del romanzo che, aperta parentesi, è il primo volume di una quadrilogia (qui c’è l’offerta dell’editore per accaparrarvela tutta d’un colpo). 

L’autore mostra di aver appreso molto bene l’esempio di Sanderson nelle sue Cronache della Folgoluce, con i vari spren, gli spiritelli appartenenti ai diversi oggetti/sentimenti, anche se a ben vedere, come spesso accade nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma, e quindi possiamo andare a risalire alla tradizione teosofica delle forme pensiero di Annie Besant, o di mille altre tradizioni mistico/filosofiche. Insomma, senza andare a perderci nei meandri oscuri delle vie iniziatiche, ciò che conta è che il Gambarini ha avuto la brillante idea, e l’audacia, di portare avanti il proprio testo sui due piani, arricchendo le vicende della Firenze rinascimentale con quelle parallele nella realtà non-ordinaria, quella invisibile agli uomini non dotati del terzo occhio. E lo ha fatto creando un conglomerato di spiriti protettori, defunti, serpenti regoli, santi e gerarchie celesti varie, e relativi modus operandi, del tutto godibile e affascinante. Potremo così seguire i tentativi da parte di questi esseri "sottili", non sempre fruttuosi, di influenzare i loro prescelti nel piano della materia. Seguiremo le faide che coinvolgono anche queste “intelligenze” e che si riverberano amplificando il caos nel nostro mondo. Insomma, non ci sarà da annoiarsi. 

Un romanzo ben fatto, ben congeniato e ben eseguito con una prosa di qualità, costante e priva di svarioni. Unica nota leggermente stonata, a mio parere, è una certa lentezza nel ritmo al centro dell'opera, quasi l’autore abbia deciso di prendersela comoda, avendo innanzi altri tre volumi. A parte questa sensazione, del tutto personale, non posso che consigliarvi la lettura di una storia piacevolissima che invoglia a seguire le vicende di Giudo Cavalcanti, guerriero e poeta, dotato di una “doppia anima” e del suo protettore Kaballicante.

Voto 7,5.   

Andrea Zanotti

martedì 6 luglio 2021

Disfida nr. 142: Incubi grotteschi di esiliati sognatori di Antonio Pilato VS Thomas Ligotti

 


  • Titolo: Incubi grotteschi di esiliati sognatori

  • Autore: Antonio Pilato

  • Editore: Mario Vallone Editore 

  • Formato: Cartaceo

  • Genere: Weird

  • Prezzo: 10,00 €

  • Sinossi:  Le menti più normali penseranno sicuramente che la mia codardia sia in grado di superare i misteri delle oscure volte celesti che occupano latenti l’infinito cosmo, ma è quando si acquisisce il temporaneo coraggio di sbirciare al di là dell’universo che tutto diviene inevitabilmente follia.

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 Note/commenti/finalità dell’Autore: “Sai cosa avviene quando leggi un racconto dell’incubo e poi scopri che il vero incubo è la realtà da cui ti risvegli? L’allegoria della vita è davvero bizzarra in questo fagocitante eterno ritorno, dove realtà e fantasia, verità e finzione, scienza e fede,… non sono altro che i dicotomici prolungamenti della stessa e unica realtà.”

Biografia autore: Antonio Pilato (Ravenna, 11 Marzo 1990) è uno psicopedagogista e scrittore italiano.

Fin da bambino si appassiona alla letteratura dell’orrore, leggendo in casa e a scuola i romanzi brevi della serie Piccoli brividi di R. L. Stine.

Terminati gli studi liceali, s’iscrive all’Università di Bologna, laureandosi in Scienze del Comportamento e delle Relazioni Sociali nel 2013, e in Psicologia delle Organizzazioni e dei Servizi nel 2015. Nel frattempo, inizia a conoscere più da vicino la prosa di S. King, leggendo diversi romanzi e alcune raccolte di racconti.

Dal 2016 la sua visione della letteratura si allarga ad altri autori, primi fra tutti H. P. Lovecraft e T. Ligotti, i quali influenzeranno non poco i suoi pensieri e il suo immaginario, portandolo a laurearsi una terza volta nel 2018, questa volta in Pedagogia, e a dedicare la sua tesi di laurea proprio al tema dell’infanzia insita nei contesti della letteratura dell’orrore.

Dal 2018 inizia a scrivere, preso da una forte ispirazione innata e arcana, una serie di racconti di genere weird che traggono ispirazione, oltre che dai suddetti scrittori, anche dalla penna di molti altri autori, come E. A. Poe, A. Christie, C. A. Smith, R. W. Chambers, E. S. Gardner e H. Murakami.

Nel 2020 pubblica la sua prima raccolta di racconti, intitolata “Incubi grotteschi di esiliati sognatori”.

Incipit: Qui sono racchiuse storie assurde, dove pazzi di dimore decadenti volgono le proprie anime alla ricerca di verità miserabili; qui sono contenute vicende aberranti, dove reietti di società inique compiono velatamente sperimentazioni grottesche; qui sono accolti fatti bizzarri, dove studiosi di teorie impazzite si prodigano in elucubrazioni esistenziali.


  • BIG da sfidare: 



Thomas Ligotti - La Cospirazione contro la razza umana 









Contatti autore:

Instagram: https://www.instagram.com/i_racconti_di_antonio/

Facebook: https://www.facebook.com/antonio.pilato.16/

E-mail: a.pilato.psy@gmail.com



domenica 4 luglio 2021

Recensione: La voce del puparo di Matteo Marchisio [Rating 7] - recensione a cura di Peg Fly

 


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Opera: La voce del puparo

Autore: Matteo Marchisio

Editore: Pubblicazione indipendente

Genere: Storico/Avventura

Rating: 7

Formato: ebook E 1,49

Sinossi:

Torino, 1901. Le voci parlano di un disertore piemontese fidanzato con la figlia del grande Kruger, presidente dello stato boero. Che siano vere? 

Un grattacapo per il sottosegretario Jung. Bisogna indagare e di corsa. Ma il viaggio verso il Sudafrica è un’odissea a cui pochi sopravvivono. Fortuna sua, è rientrato dal Siam l’agente perfetto: spietato, determinato ma soprattutto disperato. Bisognerà tenere duro per uscire dal Transvaal vivi e con un po’ di verità tra le mani.

Recensione:

Ho amato fin dalle prime righe questo romanzo breve, che incuriosisce dall’inizio alla fine. Gli intrighi politici sono ben descritti e riportati nella verosimiglianza di fatti avvenuti realmente durante la seconda Guerra boera. Un bel ripasso di storia, non c’è che dire, perché il romanzo, oltre a essere piacevole alla lettura, insegna che non bisognerebbe mai dimenticare il passato, soprattutto i conflitti.

Matteo Marchisio, che si è già distinto per altre ed eccellenti storie di fantascienza e con la saga di Rieke Hatefield,  con “La voce del puparo”, ci regala un romanzo dove l’azione la fa da padrona, condito, poi, dalle eccellenti descrizioni di ambienti storici e con minuzia di particolari davvero chiari. Nemmeno uno storico sarebbe riuscito a fare di meglio.

Salta subito agli occhi la descrizione del carattere e rimane impressa al lettore, la figura della giovane Antonietta, una vera ribelle come suo padre, il benestante Leone Valsava, che non gode di ottima salute.

L’aspirazione della ragazza è quella di intraprendere la professione di giornalista.

Il destino di Antonietta si incrocia con quello di “Camillus”, giovane che nasconde molti misteri. Camillus, infatti, è stato mandato in missione in un paese molto distante dal suo, e con il quale riesce a comunicare grazie all’ingegnosa invenzione di suo padre: “Le macchine elettroparlanti”.

Nel romanzo vi sono riportate vicende sempre attuali, come ad esempio la violenza sulle donne (l’arresto di Bartolomeo Martinengo, uomo spietato e crudele, per aver picchiato a sangue la moglie fino a provocarle un aneurisma), e scarcerato dopo aver accettato una missione importante in Transvaal, in Sudafrica, per accertarsi sulla vicenda di un disertore piemontese, fidanzato con la figlia del presidente dello stato boero. 

Qui la lotta per la sopravvivenza si fa spietata, e i protagonisti non si risparmiano nessun colpo basso. 

Direi che i punti di forza ci sono tutti, anche se in qualche passaggio descrittivo e storico ho fatto più fatica a seguirne l’intreccio, probabilmente per il linguaggio stilistico articolato adottato dall’autore.

In alcuni periodi, più che altro quasi alla metà e fine del libro, il lettore si perde nell’incalzare delle vicende, descritte in maniera meno comprensibile dell’incipit.

L’autore è stato molto bravo a esporre con minuzia di particolari l’ambientazione storica, e tutto ciò che riguarda questo periodo: (oggetti, battelli, armi, abiti, acconciature ecc...), ma che a un certo punto ho fatto fatica a star dietro loro, non riuscendo a concepirli con la fantasia.  

Tuttavia, il concetto psicologico del puparo è veramente brillante; un uomo che riesce a muovere i fili degli altri come un vero maestro dell’arte del burattinaio, abile e arguto in ogni suo movimento ben studiato per guidare a suo piacimento gli esseri umani e al quale interessa solo raggiungere la propria meta. 

Questa parte l’ho trovata intensa e approfondita, come se l’autore conoscesse a meraviglia l’essenza di cosa si nasconde in ogni animo. 

Una storia che consiglio di leggere e, con la quale, l’autore ci pone davanti un dilemma su cui l’essere umano dovrebbe sempre riflettere, su cosa accade attorno a noi, come se ogni volta fosse costantemente la prima volta. In altre parole: meditate gente, meditate...

Voto: sette